giovedì 24 marzo 2011

Basta... non ne posso più

Elisabetta camminava per il corridoio della scuola. Era l'intervallo, ma stranamente non c'era nessuno. Ripassava a mente la perifrastica attiva per il test di latino che avrebbe avuto l'ora dopo. Che voglia. Si guardò intorno: le classi erano vuote, qualche ragazzo passeggiava lentamente con un compagno a fianco, le ragazze erano in gruppo a spettegolare sulle ultime novità. Si sentiva osservata da tutti. Saranno state le ciocche verdi e fucsia? O i braccialetti borchiati? O la maglia di Avril Lavigne? O il trucco nero? Qualsiasi cosa fosse stata, lei non si sarebbe fermata. Era il suo stile, perchè rovinarlo per soddisfare gli occhi di quattro squinzie? Il suo passo intanto si era fatto più deciso, quasi correva.  Decise di andare nella classe della sua migliore amica, Giulia. Mentre passeggiava veloce si accorse che la professoressa di ginnastica stava cercando di arrampicarsi su un pilastro in mezzo al corridoio. Stupita chiese cosa stesse facendo, ma lei rispose che doveva continuare a correre e che doveva ritirare le sfere. Non capì. Salì le scale, questa volta con cautela, fin quando si ritrovò faccia a faccia con l'insegnante di latino e storia. Le riferì che oggi avrebbe interrogato, spiegato, corretto i compiti, fatto la versione, assegnato del lavoro, fatto il test, parlato col preside, andata in segreteria, bevuto il caffè e raddrizzato la Torre di Pisa. Annuì sconcertata con la testa, non capendo come avrebbe fatto a spiegare con la cazzuola in mano. Riprese il cammino, ma alla fine della prima rampa di scale si imbattè nella prof. di matematica. Questa chiese con un fare da mamma: " Ora facciamo lo scrittino, va bene? Ricordati la regoluzza che metteremo nel compituzzo di lunedì, e poi aspettati delle espressioncelle a castello belle e carine per casa." La superò sbalordita, pensando che quella poteva essere la sua madre biologica. Non finì di pensare che si scontrò con l'insegnante di disegno, che scappava decisa ma ingobbita dai libri da uno stuolo di ragazzi con delle tavole in mano. Loro: " Prof, aspetti, ho finito!" ma lei continuava imperterrita nela fuga, dicendo: "Andate tutti a quel paese! Va t'lu pien t'an..." Non finì la frase perchè il sommo Cosimo la sorpassò, indossando una camicia hawaiana che non voleva proprio stare abbottonata. Fece ancora un passo, poi due poi tre, riuscì a camminare senza ostacoli per una manciata di secondi, arrivando davanti all'aula dell'amica. Dirimpetta sulla porta stava la professoressa d'inglese. Vedendola questa disse: "Golly gosh! Why are you... perchè sei fuori dalla classe? I will kill you." "Ma è l'intervallo..." rispose contrariata. E la prof con lo sguardo maligno: " HO ucciso per molto meno. Sei una scheggia impazzita nell'universo caotico." Decise di andarsene e di salutare poi l'amica, sarebbe stata una pazzia rimanere al cospetto di quella pazzoide. Drin. Fine della pausa. Scese le scale amaramente, senza intoppi. Le aule deserte. I corridoi vuoti. Dove sono tutti? Un momento.
C'è una persona, là in fondo alla strettoia. Ha i capelli ricci e rossi. E alto. Profuma di brezza marina. E' lui. In persona. Allora lei gli si avvicina piano piano, lui è solo. Si gira. La guarda. Le fa: " Allora eri stata tu oggi a prendermi il portapenne!". Lei si ritrasse leggermente, ma si riprese subito. L'astuccio lo aveva preso lei, ma non lo avrebbe mai confessato, voleva solo attirare la sua attenzione: "No... non sono stata io." "Secondo me si....". Lei perplessa, lo guarda negli occhi immensi castani che ha. "E come fai a dirlo?" Lui pensa un secondo, poi sussurra: "Ti svelo un segreto..." Lei, un po' emozionata, anzi molto emozionata, gli si avvicina. Lui si abbassa dolcemente. E dice: "So chi me lo ha preso. E a quella persona fa molto piacere una cosa". E lei:"Cosa?". "Chiudi gli occhi, la vado a prendere". Chiuse gli occhi paziente. Chissà cosa le avrebbe portato. Magari non le avrebbe dato niente, per scherzo, oppure le avrebbe dato un libro, un disegno, qualcosa di particolare. Poi si sentì sfiorare le labbra. Profumo di brezza marina. Le sue spalle erano cinte da delle mani grandi e protettive. Una fitta al cuore. Due. Dischiuse le labbra insieme alle sue. E avvenne quel maledetto contatto. Settimo cielo. Ancora.
Poi, la sveglia.

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